Riflessioni sulla Bibbia
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Non ho tempo di cercare su dizionari ed enciclopedie… parola secondo me è un prodotto sonoro e visuale dell’essere umano che rappresenta un’entità, materiale o astratta (anche semplicemente strumentale) pensabile dall’essere umano e che gli serve per esprimere idee, volontà, sentimenti, istruzioni e molto altro. Di per sé, quindi, una parola è un simbolo (vuoto?!) che trasmette contenuti, significati, insiemi di contenuti o significati e più in generale è un po’ come un’incognita matematica a cui si attribuisce tutto ciò che si “vuole” per definizione e per CONVENZIONE. Ora, un simbolo e/o un’incognita sono valori astratti e potrebbero anche essere falsi, finti, relativi o assoluti, veri, quindi purtroppo non è possibile decidere quali e quante parole rispecchiano la realtà e la verità, non è possibile decidere quali e quante parole servano e quante vadano abolite come inutili o mentitorie e via discorrendo.

L’insieme delle parole è finito, ma l’insieme dei significati attribuibili alle parole NON è decidibile (intorno alla possibilità che sia finito o no); ancora peggio accade se pensiamo ad un raggruppamento di parole qualsiasi al quale vogliamo attribuire significato. Faccio alcuni esempi: la poesia permette di usare gruppi di parole in modi estremamente vari e talvolta inconsueti, permette di raggiungere sfumature di significati stupefacenti. La crittografia permette, invece, di utilizzare parole in modi non convenzionali ed anche NON-parole in modi del tutto ignoti (ai più) per veicolare significati ed informazioni senza che altri utilizzatori delle stesse parole colgano il significato. Allora, le parole sono come i mattoncini del LEGO, da questo punto di vista: spersonalizzate, vuote, malleabili, ignote, totalmente viscide come una saponetta.

In questa descrizione ho usato il lemma parola intendendo, in effetti, piuttosto linguaggio. Descrivere linguaggio, però, è ancora più complesso di descrivere parola, ma linguaggio è l’utilizzo di parole e di regole per la composizione di messaggi, ovvero significati articolati, attraverso le parole (nessuna esclusa!!!). Ha senso parlare di parole senza menzionare il linguaggio? NO, perché ogni parola è descritta attraverso il linguaggio, è attribuita mediante il linguaggio, sussiste perché è usata in un linguaggio! Senza di esso non avrebbe alcun senso (la parola). Quindi, le parole, ovvero l’insieme di tutte le parole esistenti oggi più quelle che esisteranno durante tutto l’arco dello sviluppo dell’umanità, sono l’insieme dei significati d’interesse umano attribuibili…

Verrebbe da aggiungere per concludere “…quando si vuole esprimere qualcosa”, ma non è vero nemmeno questo. Infatti, io posso utilizzare parole secondo significati convenzionati con altre persone per esprimere qualcosa, ma posso anche (e lo faccio quotidianamente) utilizzare parole per NON esprimere a nessuno significati, che invece rimangono dentro me stesso (quando penso in silenzio, per esempio). Allora parole e linguaggio saranno ancora sensati, oppure no? Sì, perché anche se un linguaggio è costruito da una comunità di persone, anche se il linguaggio e le parole sono convenzionate tra persone, io posso produrre (pensando) idee, concetti e significati che (trat)tengo per me, formulandoli in un linguaggio, senza quindi esprimerli a nessun’altro.

Allora mi chiedo: 1) se la parola esiste, 2) se esiste solo quando è espressa, 3) se esiste ed è espressa solo quando persone concordanti sui significati comprendono ciò che hanno espresso…

Oppure se la parola non esiste affatto, ma è solo un’illusione, restando i fatti, la realtà, la verità concetti e domini indipendenti dalla formulabilità dei loro significati attraverso parole e linguaggi, cioè indipendentemente dall’eventualità che persone possano (riescano) a veicolare gli stessi appunto in un modo verbalizzato. Detto in “parole povere”: il significato esiste anche se non è esprimibile a parole? Intuitivamente, è ovvio che sia così (tanti vanno poetando dell’ ”ineffabile”!), ma allora verrebbe da concludere che le parole siano totalmente inutili e insignificanti (in realtà) poiché sono soltanto una finzione convenzionale di attribuzioni (sonore e visuali) di significati (in gran parte non sonori e non visualizzabili). Perciò, dopo aver dato questa descrizione del mio concetto di parola, devo dire che cosa la parola SIA, perché la domanda “che cos’è” sottende un significato molto grande, molto più ambizioso di una semplice definizione aritmetica di “parola”: cioè l’essenza della parola, di cui però ho già anticipato gran parte del mio pensiero.

Se la parola non esiste, allora non è. Poiché utilizziamo significati arbitrari, convenzionali, poiché le rappresentazioni sonore e visuali della parola sono infinite, mutevoli, ambigue, arbitrarie, cifrabili, sostituibili, ideali, sostitutive e parametrizzabili di significati, di materia e pensiero, non possiedono essenza in loro stesse. Le parole sono vuote, in realtà, anche se per noi alcune sono “cariche” di valore soggettivo. Amore in poesia è forse la parola principe, ma in matematica non è nemmeno pensabile. Allora non esiste?

“Cos’è” è una domanda troppo pesante, perché parola è semplice strumento, come il granellino di sabbia per fare il cemento e per costruire una casa.   Può anche essere usato in quantità infinite… per avere un deserto inutilizzabile, o per non fare nessuna differenza, come nei fondali marini. Ma la sabbia esiste (e forse è) mentre la parola no. Dunque, se la parola non è, essa non può in alcun modo influire sulla verità, sulla realtà, sull’essenza (proprio perché non è – in sé e per sé). Esprimendo questo concetto in funzione della potenza (NON quella Aristotelica, tuttavia), ciò che non è non esiste e quindi non può esprimersi o tradursi in potenza, non ha materia, non ha energia, non può svolgere alcun lavoro, è totalmente impotente (non esistendo, non può produrre nessuna forza che smuova qualcosa).

Ma la storia ci insegna che la parola ha avuto un potere? No, è falso, poiché quando chiediamo “quanto potere ha la parola” commettiamo l’errore di reificazione, o di personalizzazione, spessissimo. La verità è che proprio perché la parola non è, non ha potere. Nessuno. Il linguaggio in sé è uno strumento convenzionale, articolato ed articolabile, cioè modificabile, gestibile da gruppi di persone e da singoli. Ma anch’esso NON esiste. Quindi, nemmeno il linguaggio ha potere. Il potere è una caratteristica di ciò che è o esiste ed è in grado di svolgere qualcosa (in fisica, si direbbe: “di compiere un lavoro meccanico”).

Ma questo riesce se e solo sé esiste una forza applicata a qualcosa. E qui il paragone con la fisica diventa arduo e dunque ci fermiamo. Resta, almeno, consolidato il concetto di potere come riferito a qualcosa che può in sé: la parola, non esistendo, non può (e pure non è, in sé). È assolutamente necessario correggere il concetto di potere, il suo significato per noi esseri umani che stiamo valutando queste cose, perché il potere sta nelle persone, in quanto gruppi e in quanto individui. Eppure viene da chiedersi come abbia fatto Hitler a trascinare un popolo in una guerra catastrofica! E così tanti altri prima (e, ahimè, dopo) di lui…Ed ecco il punto dove dobbiamo riuscire a fare distinzione, senza il terrore di rimanere schiavizzati dai meandri del linguaggio e delle parole: esseri umani esercitano potere su altri esseri umani trasmettendo significati attraverso le parole (e non solo, ovviamente).

Essi non esercitano il potere, ma potere, perché una parte di esso è esercitato in altri modi, quindi, oltretutto, la relazione non è biunivoca e diretta. Infatti, chi esercita potere attraverso la parola ha bisogno di altri che ricevano la parola e subiscano il potere di persone che lo esercitano attraverso la parola. Per far questo, devono aver trasmesso significati, aver aderito a convenzioni, aver fondato significati su valori, aver concordato idee e prassi, avere collegato un insieme di significati astratti del linguaggio nella realtà pratica della vita di (tante) persone. E per ottenere questo devono aver svolto un “lavoro”, parlando o scrivendo molto. Allora, si può convenire che gli effetti della parola possano essere concreti nella misura in cui un linguaggio veicola significati e valori assorbiti o condivisi, “imparati” o assunti o imposti, per i quali le persone reagiscono (e agiscono) coerentemente con la volontà o gli obbiettivi di CHI sta esercitando potere (su di loro).

In conclusione: la parola non è, non sussiste di per sé, non ha alcun potere. La parola, come veicolo (vuoto) di significati attribuiti per mezzo di un linguaggio, può essere utilizzata per trasmettere, organizzare ed informare persone, le quali agiscono o reagiscono in funzione dei valori trasmessi da (altre) persone entro un linguaggio concordato, nei modi più svariati (convenzionali o no) esercitando così potere tra loro.

Gli esseri umani nascono in organizzazioni di altri esseri umani che veicolano significati attraverso parole organizzate in linguaggi e così l’intera vita dell’essere umano è immersa nel linguaggio e NON può prescindere dalle parole nemmeno quando un individuo solo non esprime niente a nessuno! Ovvero, oggi l’essere umano non potrebbe vivere senza un linguaggio né parole. Stai pensando che non è vero? Ecco! Per pensarlo hai utilizzato parole e significati che già sai…

La domanda da brivido, semmai, è: perché l’essere umano ha sviluppato un linguaggio articolato sulla parola? Ma qui si sconfina troppo, si va oltre la semantica, oltre la glottologia, oltre la linguistica e la semiologia. Io la chiamerei antropologia ontologica e ho motivi ben precisi per farlo…Basti solo, provocatoriamente, insinuare che l’unica antropologia ontologica basata sulla parola è quella descritta dalla BIBBIA: (Giovanni 1:1-5)

Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. 2 Essa era nel principio con Dio. 3 Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. 4 In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. 5 La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.

Quando si rilegge Genesi 1:1-31, si scopre il modo (il COME) in cui il progetto di creazione di Dio è stato attuato, includendo l’essere umano, il quale, per eccellenza “a Sua immagine”, è esso stesso intriso di Parola, quando lo si possa considerare vivo. Quella è l’unica parola su cui si possa speculare come (o SE) sia pure Essere, quale e quanto Potere abbia e come abbia prodotto l’esistenza, ovvero la vita sulla Terra. Da altre fonti o da altri sistemi (filosofici, scientifici o religiosi), invece, non è dato di sapere, anzi essi sono “oscuri come la notte in cui tutte le mucche sono nere”, quanto ad antropologia ontologica.

Matteo L.

Chiesa Cristiana Brianza

 

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